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Cinema
Ciak - si gira...
Eventi
Italians Of London
Italians
al Cinema
- grazie alla collaborazione con la London School of Economics,
gli Italians of London offriranno una selezione dei migliori films
italiani d'autore degli ultimi anni (e non solo).
Abbiamo cominciato
con "Radio Freccia", Giovedi' 4 Settembre, in uno dei
locali della LSE ad Holborn.
Una cinquantina di
Italians ha stipato la sala di proiezione, iniziata dopo una breve
presentazione sul film e sul fenomeno delle radio libere a cura
di Roberta e Flavia. Sicuramente un successo e una buona occasione
per ritrovarsi, l'appuntamento si riproporrà ai primi d'ottobre.
La scelta dei prossimi film sara' determinata direttamente dagli
Italians, in base ai sondaggi che periodicamente verranno proposti
su questo sito.
Italian
Film Festival UK : 16 Aprile - 10 Maggio 2004
Clicca
qui per la guida completa
a questo evento imperdibile
Ed
in collaborazione con gli Italians of London:
Giovedi'
6 Maggio 2004, ore 20.45 : un
occasione speciale per gli Italians londrini con la possibilita'
di assistere alla proiezione de "La
Felicita' non costa niente"
al Riverside Studios, in collaborazione con l'Italian Film
Festival. I biglietti, al prezzo speciale di 5 sterline possono
essere aquistati all'evento dell'Aperitalians del 22 Aprile o facendone
richiesta tramite email a :
Cinema@ItaliansOfLondon.com
La nostra
Annalisa Coppolaro ci racconta come e' stato assistere al film ed
a dibattito con il regista Mimmo Calopresti - clicca qui
La
Felicita’ non costa niente
Di Mimmo Calopresti
Con Mimmo Calopresti, Vincent Perez, Francesca Neri
Italia, 2003, 95 min con sottotitoli in inglese
Sergio (Mimmo Calopresti),
brillante architetto di successo, ha una vita apparentemente perfetta:
una moglie e un figlio piccolo, una bella casa al centro di Roma,
amici che gli vogliono bene e unlamented giovane e bella. Ma un
incidente stradale potenzialmente mortale lo costringe a fermarsi
a riflettere sulle ipocrisie e contraddizioni di cui è fatta
la sua esistenza. Rinuncia a tutto quello che ha per rinchiudersi
in se stesso alla ricerca del senso della vita, ma cade in un pericolosa
depressione dalla quale sembra riprendersi grazie all’incontro
con Sara (Francesca Neri), donna misteriosa e sensuale che Sergio
scambia per il vero amore. Ma quando lei lo lascia, Sergio torna
ad essere di nuovo solo. E’ con l’aiuto di un amico
(e dipendente) che Sergio scopre come raggiungere la felicita’
e con questo ritrova tutto quello che aveva perso.
Un film autobiografico
(Calopresti scrive, dirige e interpreta “La felicita’
non costa niente”) alla Nanni Moretti, caratterizzato da un
cast di talento e da una storia raccontata con il cuore. E’
un film sincero e schietto che, cosi’ come incastra in modo
mai banale pensieri e parole, intreccia passato e presente in un
gioco originale e inebriante in una Roma distante, sempre ripresa
dall’alto. Che è anche uno dei pregi registici del
film.
Forse c’è
un po’troppa carne al fuoco, ma “La felicita’
non costa niente” rimane un film che merita rispetto per il
coraggio mostrato dal protagonista nel rinunciare ad una vita agiata
perche’ sente che cosi’ non sta bene. Molti hanno questa
consapevolezza ma pochi fanno qualcosa per cambiare e provare ad
essere davvero felici.
Mimmo Calopresti,
nato in Calabria ma torinese d‘adozione, è al suo quarto
film ed è considerato uno dei piu’ affermati registi
italiani. Con “La felicita’” è la prima
volta che affronta un tema cosi’ intimistico. In “La
seconda volta” e “Preferisco il rumore del mare”
era preponderante l’impegno sociale e la politica.
Annamaria Farano© 2003
Italians of London. Tutti i diritti riservati.
Annamaria@ItaliansOfLondon.com
Domenica
7 Marzo 2004, ore 17.30 : un
occasione speciale per gli Italians of London con la possibilita'
di assistere alla proiezione de "L'Ultimo
Bacio"
al Curzon di Mayfair ad un prezzo scontato di £5.50 contro
le 8 sterline del biglietto normale
Per saperne di piu',
manda un'email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com
Venerdi'
30 Gennaio 2004, ore 19.00 : Quarta
serata degli Italians
al Cinema
- il film, come sempre, verra' deciso dagli Italians
votando il sondaggio di volta in volta proposto- e questa volta
gli Italians hanno scelto
"La Finestra di Fronte" di Ferzan
Ozpetek)
ATTENZIONE
: dato l'alto numero di prenotazioni, le iscrizioni sono ora chiuse
Sala
G1, 20 Kingsway Building (entrata Portual Street, di fronte al Peacock
Theatre)
London School of Economics and Political Science
Aldwych, London WC2A 2AE
Ingresso
£ 3.00
Clicca
qui per scaricare una mappa della LSE
Dopo
“Hammam: Il Bagno Turco” e "Le fate ignoranti",
Ferzan Ozpetek ritorna con un film sul recupero della vita comune,
sull'immaginazione dell'amore e le sue responsabilità, sulla
paura di volere provare sentimenti forti e sulla rassegnazione.
La storia trae spunto da un incontro che Ferzan ebbe all’incirca
12 anni fa, quando conobbe un vecchio per strada che gli chiedeva
dove si trovava e non sapeva dove andare.
E dallo stato confusionario del vecchio Davide che comincia il viaggio
dei protagonisti, Giovanna, Filippo e Lorenzo. Nel tentativo di
ritrovare il passato perduto di davide, Giovanna e Lorenzo diventano
complici e vivono indirettamente la passione che al tempo aveva
travolto la vita di Davide.
Tra la Roma di oggi e quella del ’43, si alternano i fantasmi
della guerra, delle deportazioni, l’omosessualità nascosta,
il rapporto esaustivo con il proprio partner e il fuoco di un amore
clandestino.
Numerosi riconoscimenti sono andati a questo bellissimo film e anche
ai suoi attori, in particolare a Massimo Girotti per la sua grande
e ultima interpretazione.
A
causa della capienza limitata della sala, si consiglia la prenotazione
Per suggerimenti,
proposte o per prenotare un posto, manda un'email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com
Giovedi'
13 Novembre, ore 19.00 : Terza
serata degli Italians
al Cinema
- questa volta gli Italians hanno scelto "Il
Bagno Turco" di Ferzan Ozpetek
Sala
S78, Connaught House, Houghton Street
London School of Economics and Political Science
Aldwych, London WC2A 2AE
Ingresso
£ 3.00
Clicca
qui per scaricare una mappa della LSE
A
causa della capienza limitata della sala, si consiglia la prenotazione
Per suggerimenti,
proposte o per prenotare un posto, manda un'email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com
Giovedì
9 Ottobre, ore 19.00 : Italians
al Cinema
- la seconda serata di un ciclo di film Italiani d'autore propone
"Il più bel giorno della mia vita" di Cristina
Comencini.
E'
un film dedicato alla vita di coppia di oggigiorno, la difficolta’
di avere fiducia in un rapporto, come nel caso di Sara, la crisi
matrimoniale e le sue conseguenza, come per Rita, e la tormentata
situazione di un rapporto omossessuale, come quello di Claudio.
Le storie di tre figli che si intrecciano a quella di una madre
severa, una donna all’antica, che crede nel matrimonio come
unico punto saldo nella vita di una persona. Il filo conduttore
comunque è la voglia di innamorarsi. "Penso che tutti
i personaggi abbiano un desiderio in questo senso- ha detto Cristina
Comencini durante la presentazione del film a Bologna - e alla fine
del film mi sembra di esprimere un desiderio di coppia nonostante
tutte le difficoltà. L'unione, l'amarsi fino in fondo sono
la cosa più interessante e non hanno nulla a che fare col
matrimonio".
Un cast davvero di
spicco; Margherita Buy, Sandra Ceccarelli e Luigi Lo Cascio nei
ruoli dei figli e Virna Lisi nel ruolo della madre.
Sala
H103, Connaught House, Houghton Street
London School of Economics and Political Science
Aldwych, London WC2A 2AE
Ingresso
£ 3.00
Clicca
qui per scaricare una mappa della LSE
Vi
consigliamo di vedere...
IO NON HO PAURA
di Gabriele Salvatores
con Giuseppe Cristiano, Diego Abatantuono, Mattia di Pierro
Drammatico, 2003
dall’11 giugno sugli schermi UGC
Presentato dall’UGC Cinema di Londra come “Discovery”,
nella nuova sezione dedicata ai tesori nascosti del cinema mondiale
scoperti in occasione di festival o altri eventi cinematografici,
il nostro Io non ho paura esce nelle sale l’11 di
giugno con distribuzione, purtroppo, limitata. Apparso ultimamente
durante l’ultimo Italian Film Festival, Io non ho paura di
Gabriele Salvatores è un film attualissimo che certamente
merita di essere celebrato. Un grande ritorno per Salvatores, già
vincitore di un Oscar per il miglior film straniero nel 1991 con
Mediterraneo, che affronta un tema scottante per la realtà
italiana, quello dei rapimenti.
Il film è tratto dal bellissimo romanzo di
Niccolò Ammaniti dall’omonimo titolo e, per una volta,
la trasposizione sullo schermo di un testo letterario è totalmente
riuscita senza perdere il tono e la consistenza dell’originale,
grazie anche alla sceneggiatura da parte dello stesso autore. La
storia, raccontata attraverso gli occhi di Michele (Giuseppe Cristiano),
è quella di un bambino che si trova a dover affrontare e
capire una realtà troppo grande e terribile per lui, quella
di scoprire per caso che un suo coetaneo è tenuto rinchiuso
in un buco sottoterra quando fuori è piena estate e gli altri
ragazzini scorazzano felici nei campi di grano inondati di sole
della Basilicata. E’ quindi la storia di una tenera e commovente
amicizia tra due bambini molto diversi, uno bruno, del sud, dagli
occhi neri e curioso, l’altro biondo, del nord e quasi cieco
per lo stare rinchiuso al buio, ma accomunati dall’innocenza
con cui vivono la terribile situazione.
La fotografia di Italo Petriccione, carica di simbolismi
- premiata con il David di Donatello 2004 - comunica da sola emozioni
per la sua bellezza e intensità, ma altrettanto si può
dire degli attori, primo fra tutti Giuseppe Cristiano, che nonostante
la sua giovane età, dimostra sentimenti e reazioni da adulto
e, nell’ambito del racconto, fa sperare nella nuova generazione.
Se Michele si trova a dover mettere in discussione il suo rapporto
con i genitori e si scontra con il mondo crudele degli adulti, sono
il suo coraggio e la sua intelligenza che alla fine trionfano, dando
ragione al titolo e mostrando che questo è l’unico
modo di procedere per cambiare le cose. A parte il messaggio, che
da solo è già un ottimo motivo per vedere il film,
Io non ho paura emerge nel panorama attuale del cinema
italiano per la scioltezza della narrazione, per la splendida fotografia
e per la tensione che viene superbamente creata scena dopo scena.
Salvatores utilizza frequenti dissolvenze al nero e riprese con
la steadycam e si distingue per la cura e l’approfondimento
dedicati alla ricostruzione di dettagli della fine degli anni ’70
(quando è ambientata la storia), come la Fiat 127 e Emilio
Fede in abito panna che presenta il telegiornale. In più,
come si è detto, utilizza un forte simbolismo soprattutto
nelle riprese della natura la cui assolata bellezza nasconde delle
cupe e sinistre verità.
Quindi un grazie a Salvatores per averci regalato
un film esportabile che stupisce e incanta. E per aver finalmente
affrontato un problema scottante della realtà italiana con
maestria e delicatezza.
Annamaria Farano
Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti
i diritti riservati.
Annamaria@ItaliansOfLondon.com
THE
DREAMERS
di Bernardo Bertolucci
con Eva Green, Michael Pitt, Louis Garrel
Drammatico
(2003, 130’)
Con The Dreamers, che conclude la trilogia
parigina, dopo Il Conformista e Ultimo Tango a Parigi,
Bernardo Bertolucci ritorna in forma smagliante con le tematiche
che più gli stanno a cuore: l’introspezione dei personaggi
intrecciata con l’ideologia politica, il senso di vuoto e
la conseguente ricerca di un’identità, l’attrazione
per l’erotismo e la sensualità. E nel suo ultimo film,
il grande regista emiliano mette in primo piano anche le sue due
passioni: per il mezzo cinematografico, come strumento di comunicazione
visiva piú che emotiva, e per Parigi e la francesità,
che viene evocata attraverso dialoghi in lingua originale, spezzoni
di film, ambienti e personaggi, colori e suoni.
Il film è tratto da un romanzo di Gilbert
Adair, The Holy Innocents, che ha curato anche la sceneggiatura.
Nella primavera del ’68, due gemelli parigini, Isabelle e
Théo (Eva Green e Louis Garrel), studenti, fanno amicizia
con Matthew (Michael Pitt), ingenuo studente americano da poco arrivato
a Parigi, sulla base della loro comune passione per il cinema. Dopo
aver invitato Matthew ad andare a vivere con loro quando i genitori
sono in vacanza, i gemelli ben presto lo coinvolgono, sempre più
intensamente, in dibattiti intellettuali e in sfide a colpi di quiz
sul cinema, le cui penitenze corrispondono a prestazioni sessuali
e giochi erotici. Se Matthew rimane dapprima sconcertato dalla stranezza
e trasgressione dei due, finisce per accettare la sfida e abbandonarsi
alle nuove emozioni e sperimentazioni, creando un malizioso rapporto
a tre in cui i ruoli si scambiano, ma si rende ben presto conto
che Isabelle e Théo vivono in un mondo a se stante, isolato
dalla vita reale, e rifiutano di diventare adulti. Saranno le manifestazioni
studentesche a prorompere nella vita dei tre ragazzi e a chiudere
questa parentesi di isolamento e di sogno, evidenziando le differenze
caratteriali dei tre protagonisti.
Pregi del film sono innanzitutto una bellissima fotografia,
caratterizzata dalla ricercatezza quasi pittorica dei dettagli e
dal raffinato equilibrio spaziale in ogni inquadratura (vedi la
magistrale sequenza dei ragazzi che fanno il bagno insieme), e il
montaggio, che ripropone come un’eco le immagini dei film
amati e citati dai protagonisti, da cui traggono ispirazione. Venere
Bionda con Marlene Dietrich, La Regina Cristina con
la Garbo, Bande à Part di Godard… molti sono
i capolavori della grande stagione del cinema americano classico
che vengono alternati alle novità della Nouvelle Vague facendo
di The Dreamers un vera e propria celebrazione della settima
arte. Altre virtù del film sono la capacità di Bertolucci
di entrare nella vita intima dei ragazzi con sensibilità
e eleganza, resa dall’ottima interpretazione dei tre attori.
Non c’è più la brutalità di Ultimo
Tango; il sesso è scoperta, strumento di comunicazione
e di conoscenza reciproca. L’ottima colonna sonora, costruita
con testi di Jimi Hendrix e Janis Joplin, serve a sostenere lun
film peraltro già valido.
Rimangono due punti da prendere in considerazione:
il significato del film e il contesto politico/culturale. Si tratta
di un film piuttosto complesso, anche se a prima vista non sembra.
Il sogno, la dimensione separata in cui si trovano i tre ragazzi
per un mese è sintomo di evasione e al tempo stesso, volontà
di isolamento, temi ricorrenti in Bertolucci (vedi Ultimo Tango
a Parigi, Il tè nel deserto, Io ballo da sola). Come
in Ultimo Tango dove un quarantenne americano si rinchiude
con una ragazza francese in una stanza spoglia all’interno
della quale i due costruiscono la loro dimensione, tutta privata,
che li mette al riparo dai loro problemi, così Théo,
Isabelle e Matthew si rinchiudono nell’appartamento per intraprendere
un percorso di profonda conoscenza reciproca, che culmina nelle
loro pratiche sessuali poco ortodosse, ignorando per qualche tempo
le loro responsabilità. Si abbandonano alla discussione delle
ideologie politiche, ai loro sogni e alla loro inguaribile passione
per il cinema. Ma l’incantesimo prima o poi si rompe. Come
Jeanne in Ultimo Tango alla fine prende coscienza della
sua identità e si rende conto che l’adolescenza è
finita, così in the The Dreamers finisce il gioco
e ci si prepara a diventare adulti. Matthew (che rappresenta anche
con la sua voce narrante l’esperienza autobiografica del regista
e il suo punto di vista) è sicuramente più maturo
dei gemelli, che invece si abbandonano a un altro sogno. Ma perlomeno,
diversamente da Ultimo Tango, c’è una nota
di speranza.
Rievocando il ’68, Bertolucci vuole rievocare
un bel sogno andato in frantumi. Sia l’atteggiamento provocatorio
dei ragazzi che le barricate in strada altro non sono altro che
due facce della stessa medaglia: la voglia di fare e ottenere qualcosa
di nuovo, che proprio perché basato su fragili ideali non
è riuscita a cambiare il mondo, se non a livello personale
ed emotivo. Bertolucci celebra la bellezza di questo momento storico
ormai lontano, ma senza nessun rimpianto. Anzi, usa le parole di
“Je ne regrette rien” (Non rimpiango nulla) da Edith
Piaf nei titoli di coda (che scorrono al contrario) per dirci che
di nostalgia non ne ha per niente.
Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti
i diritti riservati.
Annamaria@ItaliansOfLondon.com
RESPIRO
di Emanuele Crialese
con Valeria Golino, Francesco Casisa, Vincenzo Amato
Drammatico
(2002, 96’)
Finalmente un film italiano - anzi, italianissimo
- trasmesso sugli schermi di tutta Londra… e vista la pubblicità
che ne è stata fatta, non si può che andarlo a vedere.
Ma è davvero bello quest’ultimo film di Emanuele Crialese,
regista romano quasi agli esordi?
Premiato alla Settimana Internazionale della Critica
a Cannes e applaudito dalle platee di mezzo mondo, Respiro è
il secondo lungometraggio di Crialese, dopo Once We were Strangers,
girato nel 1998 in lingua inglese a New York, dove Crialese si è
laureato in cinema, e primo film di un regista italiano ad essere
selezionato al Sundance Film Festival. Si tratta quindi, con Respiro,
di un ritorno alle origini, di un tentativo di riavvicinamento all’Italia,
da cui il regista è stato lontano per parecchi anni? Pare
di sì, e Crialese non poteva scegliere un luogo più
lontano e diverso da New York del piccolo e tranquillo villaggio
di pescatori sull’isola di Lampedusa, dove la vita sembra
aver perso la dimensione temporale.
Il film comincia presentandoci il personaggio e il
punto di vista di Pasquale, figlio adolescente di Grazia, capetto
di una delle bande dei ragazzini del luogo. Il film infatti si apre
con una zuffa tra le bande rivali per il dominio del territorio
e continua descrivendo il rapporto che Pasquale ha con la madre,
un rapporto intenso e affettuoso ma anche piuttosto conflittuale.
E’ lui “l’uomo di casa” quando il padre
è fuori a pescare, quindi si sente responsabile, ma è
troppo giovane per gestire una donna come Grazia. Nelle sue avventure
è spesso accompagnato dal simpaticissimo Filippo, suo fratello
minore. La sorella maggiore Marinella, invece, sembra non appartenere
alla famiglia. E’ l’unica che desidera andarsene da
Lampedusa per costruirsi una vita migliore.
Successivamente l’attenzione si sposta su Grazia,
la “pecora nera” del paese, una donna fragile ed emotiva,
che a causa dei suoi repentini sbalzi d’umore e delle sue
azioni imprevedibili, viene considerata “malata” dal
resto della comunità. In realtà, Grazia è una
donna fortemente moderna, dolce e impulsiva, libera da ogni legame
e imposizione, assolutamente diversa dalla gente del luogo, che
anzi la considera un pericolo per lo scompiglio che porta nell’altrimenti
letargico villaggio. Quando anche il marito Pietro si convince della
gravità della situazione, Grazia fugge con la complicità
di Pasquale e si nasconde in una grotta.
La terza parte è incentrata sulla ricerca
di Grazia da parte del marito e del resto degli uomini del villaggio,
fino ad arrivare al finale mitologico. E’ un ritorno al personaggio
di Pasquale e all’analisi del rimorso e del dolore di Pietro.
Trama pressoché inesistente. Quel che conta
in questo film è la poesia e la forza visiva delle immagini,
straordinarie per un regista e sceneggiatore quasi esordiente, e
l’intensa espressività degli attori. Ogni inquadratura
è una cartolina, un omaggio alla bellezza rocciosa e arsa
dal sole dell’isola e alla purezza cristallina del mare che
spesso si confonde con il blu del cielo. Difficile rimanere impassibili
di fronte a un paesaggio del genere. La natura è essa stessa
parte integrante del racconto e si manifesta nella fisicità
con cui vengono raccontati i personaggi, nel loro primitivo e nudo
modo di vivere. Il ritmo delle giornate scandito dal lavoro in mare
o, sulla terraferma, a pulire il pesce; i ragazzini che passano
il tempo ad azzuffarsi per il dominio del territorio o a costruire
piramidi sulla spiaggia con le cassette usate del pesce. Un realismo
che ci ricorda Verga e anche Visconti, e non solo per lo stretto
dialetto siciliano parlato nella maggior parte del film. Però,
diversamente da Visconti, l’analisi della realtà non
diventa denuncia. Nonostante ci siano alcune scene violente, il
tono rimane sempre basso, pacato. L’irrequietezza di Grazia
non si trasforma mai in un’aperta ribellione; la macchina
da presa osserva volti e luoghi senza giudicare, senza prese di
posizione. Il disagio c’è ma viene dissolto nell’acqua
del mare, nella scena finale del film che intreccia mitologia e
poesia. Vorremmo una risposta, ma il regista preferisce lasciarci
nel dubbio.
Forse è questa la pecca del film, che molte
cose sono accennate, evocate, senza giungere a una spiegazione,
a una presa di posizione. E’ un problema di sceneggiatura
o abitudine sempre più comune tra i nostri registi italiani?
La realtà è talmente desolante che è preferibile
fuggire su un’isola paradisiaca e rifugiarsi in finali mitologici?
Gli attori: eccezionali. Se si considera che sono
quasi tutti attori non professionisti. Innanzitutto Valeria Golino
(conosciuta internazionalmente per la sua interpretazione in Rain
Man, come la ragazza di Tom Cruise). Nata a Napoli nel 1966, Valeria
non frequenta una scuola di recitazione ma presto entra nel mondo
cinematografico. Comincia giovanissima la sua carriera in un film
di Lina Wertmuller, Scherzo del Destino (1983), e da allora
non si è più fermata. Film al suo attivo, tra gli
altri: Puerto Escondido, Come due Coccodrilli,
Via da Las Vegas e Le Acrobate. Il personaggio
di Grazia le calza come un guanto: irriverente, trasgressiva e sexy,
ma al tempo stesso dolce e affettuosa, a volte è difficile
credere che sia la madre dei tre ragazzi. Francesco Casisa, giovanissimo
attore al suo primo film, perfetto nel suo ruolo di Pasquale, mentre
Vincenzo Amato è Pietro, innamoratissimo della moglie ma
al tempo stesso debole di fronte alle critiche dei parenti. Amato
ha già girato Once We were Strangers con Crialese,
ed è al suo terzo film.
Annamaria Farano
Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti
i diritti riservati.
Annamaria@ItaliansOfLondon.com
MOSTLY MARTHA
di Sandra Nettelbeck
con Martina Gedeck, Sergio Castellitto, Maxime Foerste
Commedia
(2002, 104’)
Mostly Martha è uscito l’anno scorso
in Italia con il titolo "Ricette d’Amore", riscuotendo
un buon successo di critica e pubblico. Diretto da Sandra Nettelbeck,
regista tedesca al suo primo lungometraggio, è la storia
di Martha, chef di successo in un raffinato ristorante di Amburgo,
che si trova all’improvviso a doversi prendere cura di Lina,
8 anni, figlia della sorella morta in un incidente stradale. Per
Martha, single dalla vita tranquilla e abitudinaria, è come
un terremoto. Non solo si trova a dover creare un rapporto, inizialmente
difficile, con la bambina che è costretta a vivere con lei
perché non ha nessun altro, ma si trova anche in conflitto
con Mario, il nuovo simpatico cuoco italiano che la manager del
ristorante le ha affiancato per darle una mano.
Una volta superato l’impatto con gli ostici sottotitoli (il
film è girato interamente in tedesco intercalato da qualche
esclamazione italiana di Castellitto), Mostly Martha e’ un
film estremamente piacevole che si colloca nel filone di "Il
Pranzo di Babette", "Come l’Acqua per il Cioccolato"
e "Chocolat", tutti film incentrati sul binomio amore-cibo
che fornisce un originale e accattivante spunto a registi e sceneggiatori
per analizzare i caratteri dei personaggi ed esplorare odi e passioni.
Nel nostro caso, Martha (interpretata dalla brava Martina Gedeck)
è un personaggio complesso, una cuoca straordinaria e perfezionista,
il cui unico modo di comunicare con il resto del mondo è
attraverso il cibo che cucina con trasporto e passione, sentimenti
che però le riesce difficile esprimere liberamente nei confronti
degli altri esseri umani. Sarà Mario (il nostro Sergio Castellitto)
a insegnarle un nuovo modo di essere e comunicare, grazie alla sua
sensibilità. Una sensibilità tutta italiana, a dire
il vero. Tra tanti personaggi nordici e piuttosto rigidi, Mario
si distingue per il suo mediterraneo calore umano, il senso dell’umorismo
e la spontaneità. Nonostante gli inevitabili cliché
con cui viene presentato l’italiano all’estero, Castellitto,
nella sua maestria, riesce a liberarli dalla loro banalità,
regalandoci un’interpretazione più naturale e realistica
che modifica in meglio la tipica visione dell’italiano “pizza-spaghetti-mandolino”.
Mario è un uomo onesto (così come lo è l’altro
italiano del film, il padre di Lina) e generoso, che riesce ad affascinare
sia Martha che la piccola Lina, e non solo grazie alle sue ottime
doti culinarie, ma anche e soprattutto grazie alle sue qualità
umane. E’ colui che nel film ristabilisce l’equilibrio
perduto tra nutrimento del corpo e quello dello spirito.
Non è la prima volta che Castellitto accetta
di apparire in un cast straniero, diretto da un regista straniero,
dando così prova di essere un attore europeo a tutti gli
effetti e di sapersi cimentare in ruoli alquanto diversi tra loro.
L’abbiamo visto, infatti, impegnato in vari film francesi,
tra cui ricordiamo "Va Savoir" ("Chi lo sa?")
presentato al penultimo festival di Cannes. Ma Castellitto nasce
come attore italiano.
Nato a Roma nel 1953, di origini molisane, si diploma
nel 1978 all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio
d’Amico” di Roma, e comincia la carriera artistica in
teatro, interpretando personaggi di Shakespeare, Cechov e Strindberg.
Presto debutta sul grande schermo accanto a Marcello Mastroianni
nel film "Il Generale dell’Armata Morte", nel 1982.
E’ solo l’inizio di una carriera cinematografica che
lo porta a lavorare con i principali registi italiani, tra gli altri:
Ettore Scola ("La Famiglia"); Mario Monicelli ("Rossini!
Rossini!") e Francesca Archibugi ("Il Grande Cocomero").
Anche Giuseppe Tornatore lo dirige ne "L’Uomo delle Stelle"
nel 1995, la cui interpretazione gli frutterà il primo Nastro
d’Argento come migliore attore protagonista. E’ poi
la volta degli sceneggiati televisivi in cui lo ricordiamo per l’intensità
delle sue interpretazioni: quella di Fausto Coppi in "Il Grande
Fausto"; di Padre Pio e di un’importante personalità
giudiziaria ne "Il Cane Sciolto", di Carlo Vanzina, serie
riproposta più volte in TV. Ultimamente ha interpretato il
ruolo principale nell’ultimo film di Marco Bellocchio, "L’Ora
di Religione", per cui ha vinto non solo il secondo Nastro
d’Argento ma anche la preziosa statuetta argentata dell’European
Film Awards (gli Oscar del Cinema Europeo) in cui ha ricevuto la
nomination anche per "Mostly Martha". Recentemente ha
scritto e diretto "Non ti muovere".
Un altro bel film tedesco quindi, dopo il premiato
"Nowhere in Africa", ma co-prodotto anche dall’Italia,
ben costruito e straordinariamente interpretato. Il cibo come strumento
di seduzione – pur essendo quasi onnipresente sia verbalmente
che visivamente – rimane una presenza discreta e strumentale
all’evoluzione dei personaggi. Quello che emerge è
la difficoltà a comunicare nella vita di tutti i giorni e
la straordinaria capacità umana di imparare e rinnovarsi.
Un film semplice e pulito che ti fa venire l’acquolina in
bocca. Da vedere.
Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti
i diritti riservati.
Annamaria@ItaliansOfLondon.com
Rassegna di Luchino
Visconti
Il British Film Institute sta presentando un'importante
celebrazione dell'opera di Luchino Visconti. Il lavoro di Mr Visconti
ha avuto un impatto ormai universalmente riconosciuto nel cinema
mondiale. La sua biografia e il suo modo di lavoro stanno ormai
smarginando nella leggenda.
Il conte Luchino Visconti Di Modrone naque il 2 November 1906 a
Milano. Ricevette un'educazione privilegiata, conobbe Toscanini,
Puccini, Gabriele D'Annunzio (sai le risate...). Assecondando la
sua passione per i cavalli, allevo' cavalli da corsa per otto anni.
Visse a Parigi, dove fu amico di Coco Chanel.
Visconti e' stato a volte definito "il conte rosso": durante
la seconda guerra mondiale permise che il suo palazzo venisse usato
come quartier generale segreto per incontri dei membri della Resistenza
Comunista, e partecipo' ad azioni armate contro i tedeschi durante
l'occupazione dell'Italia. Il film "La terra trema" venne
prodotto in seguito a commissioni ricevute dal partito Comunista
Italiano.
Alle volte l'associazione tra lo stile di vita opulento di Visconti
e il suo professarsi Comunista e' parso controverso. Questo, insieme
al suo rigore, l'attenzione ai dettagli, l'enorme lavoro preparatorio
prima di ogni scena vengono adesso raccontati come nelle leggende.
Una completa retrospettiva dei lavori di Visconti
sta prendendo luogo al National Film Theatre (http://www.bfi.org.uk/features/visconti/index.html).
Lì ho recentemente assistito al Gattopardo:
Un film triste. Un mondo colorato e danzante come un grosso carnevale
annega nel cinismo. Non si puo' credere piu' in nulla . L'unica
cosa rimasta e' la morte.
Non dovrebbe esserci bisogno di dire che in generale
e' un film bellissimo, lo hanno detto in mille prima di me. E' tuttavia
curioso notare che nonostante il presente comune encomio, Claudia
Cardinale, che era presente in sala, ci ha ricordato come Il Gattopardo
avesse ricevuto ai suoi tempi un'accoglienza piuttosto fredda negli
Stati Uniti.
In termini di impatto emozionale, ho amato vedere
la Sicilia, a cui sono molto legato. L'immagine della Sicilia che
trasuda dalla pellicola puo' comunque affascinare anche chi non
vi ci abbia mai posto piede. Questi paesi arroccati, il territorio
difficile, bruciato e montuoso, gli ulivi contorti, il mare e i
colori violenti. Il caldo e i contrasti, il piu' banale tra cadente
miseria e aristocrazia. Forse tutto questo cinismo che mi e' parso
di intravvedere ovunque e' un tipico manufatto siculo, l'atteggiamento
di chi ha visto troppo per poter ancora credere a qualcosa.
Il caso ha voluto che avessi riletto il libro giusto
un paio di mesi prima e mi e' parso naturale di tanto in tanto paragonare
i due. In generale, il film mi e' parso un poco piu' "condensato",
sintetizzato. Di primo acchito puo' parere strano, visto che il
Gattopardo e' un libro relativamente breve, ma un film notoriamente
lungo. Forse dipende anche dal fatto che il periodo coperto dal
libro e' decisamente piu' lungo che nel film, estendendosi fin oltre
la morte del principe e di Tancredi stesso, e fino alla patetica
vecchiaia delle figlie e di Angelica.
Il film e' anche piu' esplicito del libro: tante
cose pensate nel libro sono dette nel film: sarebbe un mondo migliore
- "se ci fossero meno gesuiti" - viene pensato nel libro,
detto direttamente al povero padre Pirrone nel film. Ci sono tanti
altri esempi, tutti contribuiscono a fare si' che l'atmosfera del
libro sia tendenzialmente piu' implicita e interiorizzata. C'e'
un'eccezzione: un capitolo un po' "strano", e piu' esplicito,
sulla villeggiatura di Padre Pirrone, una parte di cui - il dialogo
tra il prete e alcuni amici e parenti, in cui si cerca di dare una
spece di definizione della "classe" dell'aristocrazia
- viene peraltro riportata nel film in un diverso contesto: un simile
dialogo tra padre Pirrone e svariati popolani prende luogo durante
il pernottamento precedente l'arrivo a Donnafugata. Questo dialogo
"esplicito" e' parso ad alcuni peculiare nel libro, in
cui questi argomenti vengono trattati altrove in modo meno diretto,
ma probabilmente si fonde bene nel film, L'atmosfera del film e'
ovunque piu' esplicita, teatrale, conflittuale.
L'attenzione ai dettagli nel ricrearne le scene,
come osservato tante volte e condito con aneddoti, e' francamente
notevole, comunque sempre sorprendente: Un esempio classico e' il
quadro del vecchio morente nello studio di don Diego, nel palazzo
del ballo: ma forse in questo caso era necessaria una replica fedele,
perche' quel quadro e' un particolae integrale alla narrazione,
e funzionale a indirizzare il libro/film alla conclusione. Altri
esempi sono piu' sottili: una riproduzione della cupola di San Pietro
in avorio o marmo (non ricordo) sulla scrivania del principe a donnafugata.
I quadri dei feudi di famiglia, fedeli alle descrizioni del libro,
ma "trasferiti" allo studio di Donnafugata, nel film,
dal palazzo nei pressi di Palermo, nel libro.
Per quanto riguarda il messaggio finale: anzitutto
la "rivoluzione tradita". Tutti sappiamo che il primo
messaggio di libro e film e' l'autoescludersi del principe dalle
vicende che seguono l'unificazione dell'Italia. Qualunque cosa accada,
lui non vuole essere complice della nuova situazione. Non c'e' molto
spazio per gli equivoci in questo caso. In alcuni casi la condanna
e' esplicita (Ciccio Tumeo e la vicenda del suo voto al plebiscito).
In altri casi e' espressa in termini di commedia: la lettura dei
risultati del plebiscito in un atmosfera degna del miglior Toto'.
In generale, la nuova Italia sembra emergere da una pozza di corruzione,
mancanza di scrupoli, compromessi di basso livello, al meglio di
ridicolaggine.
Dunque le premesse del nuovo ordine sociale sono
da brivido. Per quanto riguarda il vecchio ordine sociale: l'aristocrazia
tradizionale viene dipinta in tutto il suo fulgore nel lungo ballo
finale. Un immagine che da' una chiave di lettura al ballo e' quella
della serie di contadini sudati che zappano abbarbicati alle chine
di un monte riarso, forse metafora di una vita consumata su un terreno
avido sotto un sole crudele. Questa immagine compare secondi prima
di essere proiettati nel palazzo del ballo. Le due scene sono legate
dalle note del valzer che si diffonde prematuramente sui contadini
zappanti, in modo da creare l'immagine grottesca che questa povera
gente stia zappando a suon di musica. Da quel momento in poi non
ci si potra' mai dimenticare che mentre mazurke e buffet prendono
luogo nel palazzo dalle pareti d'oro, il mondo reale sta consumando
la propria vita zappando sotto il sole.
Da li' in poi, tutti questi nobiluomini riuniti fanno
di tutto per rafforzare l'opinione suggerita dal flash dagli zappatori:
una folla di persone inutili, vacue, fastidiose. Durante i 45 minuti
trascorsi in questo ambiente, l'idea che questa classe stia scomparendo
contribuisce a dare un po' di sollievo al sentimento di disprezzo
che si finisce col covare nei loro confronti.
E' il coronamento, l'esplicitazione di una visione suggerita alre
volte: il cognato del principe, Malvica, e' un "codardo",
l'arrivo della famiglia del principe a Donnafugata sembra un po'
un carnevale, una mascherata: l'ingresso in chiesa e' accompagnato
dall'organo suonato da Ciccio Tumeo, e la musica mi e' parsa quella
della Traviata, "amami Alfredo", il che ha contribuito
a rendere il tutto leggermente grottesco.
L'idea di potersi identificare con il vecchio ordine sociale e'
forse ancora piu' repulsiva della partecipazione a quello nascente.
Per condire il tutto, il ballo e' infestato da ufficiali
dell'esercito italiano, giusto di ritorno dalla battaglia in cui
Garibaldi viene ferito, e in cui ogni ideale evapora. Mentre Tancredi
e' di ritorno dal ballo, in carrozza con Calogero Sedara e Angelica,
si sentono le fucilate con cui vengono uccisi i ragazzi che avevano
tentato di lasciare l'esercito italiano per riunirsi a Garibaldi.
Tancredi stesso e' ormai il simulacro di se stesso, come se l'unione
con Angelica lo abbia alla fine "contaminato", reso in
qualche maniera simile al suocero.
Alla fine sia la nobilta' in declino, sia quella
riformata (Tancredi), sia la nuova classe dirigente (ufficiali e
Don Calogero Sedara) trovano inaspettatamente un punto comune: la
complicita' riguardo alle vergognose nefandezze che vengono e verranno
compiute per mettere freno a ogni ulteriore sovvertimento sociale.
Bene: tutto e' fallito, incluse le speranze riposte
in Tancredi. La morte, a questo punto, e' piu' che un presagio:
e' l'unica cosa degna di essere desiderata.
Antonello Russo © 2003 Italians of London. Tutti
i diritti riservati.
Antonello@ItaliansOfLondon.com
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