In questa sezione :

Italian Film Festival 2004

Review : Io non ho paura

Review : The Dreamers

Review : Respiro

Review: Mostly Martha

Review: Visconti

 

 

Italian Film Festival  UK 2004

 

 

 

 

 

 

 

La locandina di "La Felicita'  non costa niente"

 

 

 

 

 

"L'ultimo Bacio" ad un prezzo speciale per gli Italians of London

 

 

 

 

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Il Bagno Turco

La locandina dell'evento Italians al Cinema con la proiezione del prossimo film Clicca sull'immagine per vedere la locandina e leggere i dettagli

 

 

 

 

il più bel giorno della mia vita

La locandina dell'evento Italians al Cinema con la proiezione del prossimo film Clicca sull'immagine per vedere la locandina e leggere i dettagli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La locandina del film come e' stato presentato negli USA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La locandina del film come e' stato presentato a Cannes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La locandina del film

Cinema
Ciak - si gira...

Eventi Italians Of London

Italians al Cinema - grazie alla collaborazione con la London School of Economics, gli Italians of London offriranno una selezione dei migliori films italiani d'autore degli ultimi anni (e non solo).

Abbiamo cominciato con "Radio Freccia", Giovedi' 4 Settembre, in uno dei locali della LSE ad Holborn.

Una cinquantina di Italians ha stipato la sala di proiezione, iniziata dopo una breve presentazione sul film e sul fenomeno delle radio libere a cura di Roberta e Flavia. Sicuramente un successo e una buona occasione per ritrovarsi, l'appuntamento si riproporrà ai primi d'ottobre. La scelta dei prossimi film sara' determinata direttamente dagli Italians, in base ai sondaggi che periodicamente verranno proposti su questo sito.

 

 

 

Italian Film Festival UK : 16 Aprile - 10 Maggio 2004

Clicca qui per la guida completa a questo evento imperdibile

 

 

Ed in collaborazione con gli Italians of London: Giovedi' 6 Maggio 2004, ore 20.45 : un occasione speciale per gli Italians londrini con la possibilita' di assistere alla proiezione de "La Felicita' non costa niente" al Riverside Studios, in collaborazione con l'Italian Film Festival. I biglietti, al prezzo speciale di 5 sterline possono essere aquistati all'evento dell'Aperitalians del 22 Aprile o facendone richiesta tramite email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com

 

 

La nostra Annalisa Coppolaro ci racconta come e' stato assistere al film ed a dibattito con il regista Mimmo Calopresti - clicca qui

 

 

La Felicita’ non costa niente
Di Mimmo Calopresti
Con Mimmo Calopresti, Vincent Perez, Francesca Neri
Italia, 2003, 95 min con sottotitoli in inglese

 

Sergio (Mimmo Calopresti), brillante architetto di successo, ha una vita apparentemente perfetta: una moglie e un figlio piccolo, una bella casa al centro di Roma, amici che gli vogliono bene e unlamented giovane e bella. Ma un incidente stradale potenzialmente mortale lo costringe a fermarsi a riflettere sulle ipocrisie e contraddizioni di cui è fatta la sua esistenza. Rinuncia a tutto quello che ha per rinchiudersi in se stesso alla ricerca del senso della vita, ma cade in un pericolosa depressione dalla quale sembra riprendersi grazie all’incontro con Sara (Francesca Neri), donna misteriosa e sensuale che Sergio scambia per il vero amore. Ma quando lei lo lascia, Sergio torna ad essere di nuovo solo. E’ con l’aiuto di un amico (e dipendente) che Sergio scopre come raggiungere la felicita’ e con questo ritrova tutto quello che aveva perso.

Un film autobiografico (Calopresti scrive, dirige e interpreta “La felicita’ non costa niente”) alla Nanni Moretti, caratterizzato da un cast di talento e da una storia raccontata con il cuore. E’ un film sincero e schietto che, cosi’ come incastra in modo mai banale pensieri e parole, intreccia passato e presente in un gioco originale e inebriante in una Roma distante, sempre ripresa dall’alto. Che è anche uno dei pregi registici del film.

Forse c’è un po’troppa carne al fuoco, ma “La felicita’ non costa niente” rimane un film che merita rispetto per il coraggio mostrato dal protagonista nel rinunciare ad una vita agiata perche’ sente che cosi’ non sta bene. Molti hanno questa consapevolezza ma pochi fanno qualcosa per cambiare e provare ad essere davvero felici.

Mimmo Calopresti, nato in Calabria ma torinese d‘adozione, è al suo quarto film ed è considerato uno dei piu’ affermati registi italiani. Con “La felicita’” è la prima volta che affronta un tema cosi’ intimistico. In “La seconda volta” e “Preferisco il rumore del mare” era preponderante l’impegno sociale e la politica.

 

Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti i diritti riservati.

Annamaria@ItaliansOfLondon.com

 

 

 

 

Domenica 7 Marzo 2004, ore 17.30 : un occasione speciale per gli Italians of London con la possibilita' di assistere alla proiezione de "L'Ultimo Bacio" al Curzon di Mayfair ad un prezzo scontato di £5.50 contro le 8 sterline del biglietto normale

Per saperne di piu', manda un'email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com

 

 

 

 

Venerdi' 30 Gennaio 2004, ore 19.00 : Quarta serata degli Italians al Cinema - il film, come sempre, verra' deciso dagli Italians votando il sondaggio di volta in volta proposto- e questa volta gli Italians hanno scelto "La Finestra di Fronte" di Ferzan Ozpetek)

ATTENZIONE : dato l'alto numero di prenotazioni, le iscrizioni sono ora chiuse

 

 

Sala G1, 20 Kingsway Building (entrata Portual Street, di fronte al Peacock Theatre)
London School of Economics and Political Science
Aldwych, London WC2A 2AE

Ingresso £ 3.00

Clicca qui per scaricare una mappa della LSE

 

 

Dopo “Hammam: Il Bagno Turco” e "Le fate ignoranti", Ferzan Ozpetek ritorna con un film sul recupero della vita comune, sull'immaginazione dell'amore e le sue responsabilità, sulla paura di volere provare sentimenti forti e sulla rassegnazione. La storia trae spunto da un incontro che Ferzan ebbe all’incirca 12 anni fa, quando conobbe un vecchio per strada che gli chiedeva dove si trovava e non sapeva dove andare.
E dallo stato confusionario del vecchio Davide che comincia il viaggio dei protagonisti, Giovanna, Filippo e Lorenzo. Nel tentativo di ritrovare il passato perduto di davide, Giovanna e Lorenzo diventano complici e vivono indirettamente la passione che al tempo aveva travolto la vita di Davide.
Tra la Roma di oggi e quella del ’43, si alternano i fantasmi della guerra, delle deportazioni, l’omosessualità nascosta, il rapporto esaustivo con il proprio partner e il fuoco di un amore clandestino.
Numerosi riconoscimenti sono andati a questo bellissimo film e anche ai suoi attori, in particolare a Massimo Girotti per la sua grande e ultima interpretazione.

 

 

A causa della capienza limitata della sala, si consiglia la prenotazione

Per suggerimenti, proposte o per prenotare un posto, manda un'email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com

 

 

 

 

 

Giovedi' 13 Novembre, ore 19.00 : Terza serata degli Italians al Cinema - questa volta gli Italians hanno scelto "Il Bagno Turco" di Ferzan Ozpetek

 

 

Sala S78, Connaught House, Houghton Street
London School of Economics and Political Science
Aldwych, London WC2A 2AE

Ingresso £ 3.00

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A causa della capienza limitata della sala, si consiglia la prenotazione

Per suggerimenti, proposte o per prenotare un posto, manda un'email a : Cinema@ItaliansOfLondon.com

 

 

 

 

Giovedì 9 Ottobre, ore 19.00 : Italians al Cinema - la seconda serata di un ciclo di film Italiani d'autore propone "Il più bel giorno della mia vita" di Cristina Comencini.

E' un film dedicato alla vita di coppia di oggigiorno, la difficolta’ di avere fiducia in un rapporto, come nel caso di Sara, la crisi matrimoniale e le sue conseguenza, come per Rita, e la tormentata situazione di un rapporto omossessuale, come quello di Claudio. Le storie di tre figli che si intrecciano a quella di una madre severa, una donna all’antica, che crede nel matrimonio come unico punto saldo nella vita di una persona. Il filo conduttore comunque è la voglia di innamorarsi. "Penso che tutti i personaggi abbiano un desiderio in questo senso- ha detto Cristina Comencini durante la presentazione del film a Bologna - e alla fine del film mi sembra di esprimere un desiderio di coppia nonostante tutte le difficoltà. L'unione, l'amarsi fino in fondo sono la cosa più interessante e non hanno nulla a che fare col matrimonio".

Un cast davvero di spicco; Margherita Buy, Sandra Ceccarelli e Luigi Lo Cascio nei ruoli dei figli e Virna Lisi nel ruolo della madre.

Sala H103, Connaught House, Houghton Street
London School of Economics and Political Science
Aldwych, London WC2A 2AE

Ingresso £ 3.00

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Vi consigliamo di vedere...

 

 

 

IO NON HO PAURA
di Gabriele Salvatores
con Giuseppe Cristiano, Diego Abatantuono, Mattia di Pierro
Drammatico, 2003
dall’11 giugno sugli schermi UGC

 

Presentato dall’UGC Cinema di Londra come “Discovery”, nella nuova sezione dedicata ai tesori nascosti del cinema mondiale scoperti in occasione di festival o altri eventi cinematografici, il nostro Io non ho paura esce nelle sale l’11 di giugno con distribuzione, purtroppo, limitata. Apparso ultimamente durante l’ultimo Italian Film Festival, Io non ho paura di Gabriele Salvatores è un film attualissimo che certamente merita di essere celebrato. Un grande ritorno per Salvatores, già vincitore di un Oscar per il miglior film straniero nel 1991 con Mediterraneo, che affronta un tema scottante per la realtà italiana, quello dei rapimenti.

 

Il film è tratto dal bellissimo romanzo di Niccolò Ammaniti dall’omonimo titolo e, per una volta, la trasposizione sullo schermo di un testo letterario è totalmente riuscita senza perdere il tono e la consistenza dell’originale, grazie anche alla sceneggiatura da parte dello stesso autore. La storia, raccontata attraverso gli occhi di Michele (Giuseppe Cristiano), è quella di un bambino che si trova a dover affrontare e capire una realtà troppo grande e terribile per lui, quella di scoprire per caso che un suo coetaneo è tenuto rinchiuso in un buco sottoterra quando fuori è piena estate e gli altri ragazzini scorazzano felici nei campi di grano inondati di sole della Basilicata. E’ quindi la storia di una tenera e commovente amicizia tra due bambini molto diversi, uno bruno, del sud, dagli occhi neri e curioso, l’altro biondo, del nord e quasi cieco per lo stare rinchiuso al buio, ma accomunati dall’innocenza con cui vivono la terribile situazione.

 

La fotografia di Italo Petriccione, carica di simbolismi - premiata con il David di Donatello 2004 - comunica da sola emozioni per la sua bellezza e intensità, ma altrettanto si può dire degli attori, primo fra tutti Giuseppe Cristiano, che nonostante la sua giovane età, dimostra sentimenti e reazioni da adulto e, nell’ambito del racconto, fa sperare nella nuova generazione. Se Michele si trova a dover mettere in discussione il suo rapporto con i genitori e si scontra con il mondo crudele degli adulti, sono il suo coraggio e la sua intelligenza che alla fine trionfano, dando ragione al titolo e mostrando che questo è l’unico modo di procedere per cambiare le cose. A parte il messaggio, che da solo è già un ottimo motivo per vedere il film, Io non ho paura emerge nel panorama attuale del cinema italiano per la scioltezza della narrazione, per la splendida fotografia e per la tensione che viene superbamente creata scena dopo scena. Salvatores utilizza frequenti dissolvenze al nero e riprese con la steadycam e si distingue per la cura e l’approfondimento dedicati alla ricostruzione di dettagli della fine degli anni ’70 (quando è ambientata la storia), come la Fiat 127 e Emilio Fede in abito panna che presenta il telegiornale. In più, come si è detto, utilizza un forte simbolismo soprattutto nelle riprese della natura la cui assolata bellezza nasconde delle cupe e sinistre verità.

 

Quindi un grazie a Salvatores per averci regalato un film esportabile che stupisce e incanta. E per aver finalmente affrontato un problema scottante della realtà italiana con maestria e delicatezza.

 

 

Annamaria Farano

 

 

Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti i diritti riservati.

Annamaria@ItaliansOfLondon.com

 

 

 

 

THE DREAMERS

di Bernardo Bertolucci
con Eva Green, Michael Pitt, Louis Garrel
Drammatico
(2003, 130’)

 

Con The Dreamers, che conclude la trilogia parigina, dopo Il Conformista e Ultimo Tango a Parigi, Bernardo Bertolucci ritorna in forma smagliante con le tematiche che più gli stanno a cuore: l’introspezione dei personaggi intrecciata con l’ideologia politica, il senso di vuoto e la conseguente ricerca di un’identità, l’attrazione per l’erotismo e la sensualità. E nel suo ultimo film, il grande regista emiliano mette in primo piano anche le sue due passioni: per il mezzo cinematografico, come strumento di comunicazione visiva piú che emotiva, e per Parigi e la francesità, che viene evocata attraverso dialoghi in lingua originale, spezzoni di film, ambienti e personaggi, colori e suoni.

 

Il film è tratto da un romanzo di Gilbert Adair, The Holy Innocents, che ha curato anche la sceneggiatura. Nella primavera del ’68, due gemelli parigini, Isabelle e Théo (Eva Green e Louis Garrel), studenti, fanno amicizia con Matthew (Michael Pitt), ingenuo studente americano da poco arrivato a Parigi, sulla base della loro comune passione per il cinema. Dopo aver invitato Matthew ad andare a vivere con loro quando i genitori sono in vacanza, i gemelli ben presto lo coinvolgono, sempre più intensamente, in dibattiti intellettuali e in sfide a colpi di quiz sul cinema, le cui penitenze corrispondono a prestazioni sessuali e giochi erotici. Se Matthew rimane dapprima sconcertato dalla stranezza e trasgressione dei due, finisce per accettare la sfida e abbandonarsi alle nuove emozioni e sperimentazioni, creando un malizioso rapporto a tre in cui i ruoli si scambiano, ma si rende ben presto conto che Isabelle e Théo vivono in un mondo a se stante, isolato dalla vita reale, e rifiutano di diventare adulti. Saranno le manifestazioni studentesche a prorompere nella vita dei tre ragazzi e a chiudere questa parentesi di isolamento e di sogno, evidenziando le differenze caratteriali dei tre protagonisti.

 

Pregi del film sono innanzitutto una bellissima fotografia, caratterizzata dalla ricercatezza quasi pittorica dei dettagli e dal raffinato equilibrio spaziale in ogni inquadratura (vedi la magistrale sequenza dei ragazzi che fanno il bagno insieme), e il montaggio, che ripropone come un’eco le immagini dei film amati e citati dai protagonisti, da cui traggono ispirazione. Venere Bionda con Marlene Dietrich, La Regina Cristina con la Garbo, Bande à Part di Godard… molti sono i capolavori della grande stagione del cinema americano classico che vengono alternati alle novità della Nouvelle Vague facendo di The Dreamers un vera e propria celebrazione della settima arte. Altre virtù del film sono la capacità di Bertolucci di entrare nella vita intima dei ragazzi con sensibilità e eleganza, resa dall’ottima interpretazione dei tre attori. Non c’è più la brutalità di Ultimo Tango; il sesso è scoperta, strumento di comunicazione e di conoscenza reciproca. L’ottima colonna sonora, costruita con testi di Jimi Hendrix e Janis Joplin, serve a sostenere lun film peraltro già valido.

 

Rimangono due punti da prendere in considerazione: il significato del film e il contesto politico/culturale. Si tratta di un film piuttosto complesso, anche se a prima vista non sembra. Il sogno, la dimensione separata in cui si trovano i tre ragazzi per un mese è sintomo di evasione e al tempo stesso, volontà di isolamento, temi ricorrenti in Bertolucci (vedi Ultimo Tango a Parigi, Il tè nel deserto, Io ballo da sola). Come in Ultimo Tango dove un quarantenne americano si rinchiude con una ragazza francese in una stanza spoglia all’interno della quale i due costruiscono la loro dimensione, tutta privata, che li mette al riparo dai loro problemi, così Théo, Isabelle e Matthew si rinchiudono nell’appartamento per intraprendere un percorso di profonda conoscenza reciproca, che culmina nelle loro pratiche sessuali poco ortodosse, ignorando per qualche tempo le loro responsabilità. Si abbandonano alla discussione delle ideologie politiche, ai loro sogni e alla loro inguaribile passione per il cinema. Ma l’incantesimo prima o poi si rompe. Come Jeanne in Ultimo Tango alla fine prende coscienza della sua identità e si rende conto che l’adolescenza è finita, così in the The Dreamers finisce il gioco e ci si prepara a diventare adulti. Matthew (che rappresenta anche con la sua voce narrante l’esperienza autobiografica del regista e il suo punto di vista) è sicuramente più maturo dei gemelli, che invece si abbandonano a un altro sogno. Ma perlomeno, diversamente da Ultimo Tango, c’è una nota di speranza.

 

Rievocando il ’68, Bertolucci vuole rievocare un bel sogno andato in frantumi. Sia l’atteggiamento provocatorio dei ragazzi che le barricate in strada altro non sono altro che due facce della stessa medaglia: la voglia di fare e ottenere qualcosa di nuovo, che proprio perché basato su fragili ideali non è riuscita a cambiare il mondo, se non a livello personale ed emotivo. Bertolucci celebra la bellezza di questo momento storico ormai lontano, ma senza nessun rimpianto. Anzi, usa le parole di “Je ne regrette rien” (Non rimpiango nulla) da Edith Piaf nei titoli di coda (che scorrono al contrario) per dirci che di nostalgia non ne ha per niente.

 

 

Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti i diritti riservati.

Annamaria@ItaliansOfLondon.com

 

 

 


RESPIRO
di Emanuele Crialese
con Valeria Golino, Francesco Casisa, Vincenzo Amato
Drammatico
(2002, 96’)

 

Finalmente un film italiano - anzi, italianissimo - trasmesso sugli schermi di tutta Londra… e vista la pubblicità che ne è stata fatta, non si può che andarlo a vedere. Ma è davvero bello quest’ultimo film di Emanuele Crialese, regista romano quasi agli esordi?

 

Premiato alla Settimana Internazionale della Critica a Cannes e applaudito dalle platee di mezzo mondo, Respiro è il secondo lungometraggio di Crialese, dopo Once We were Strangers, girato nel 1998 in lingua inglese a New York, dove Crialese si è laureato in cinema, e primo film di un regista italiano ad essere selezionato al Sundance Film Festival. Si tratta quindi, con Respiro, di un ritorno alle origini, di un tentativo di riavvicinamento all’Italia, da cui il regista è stato lontano per parecchi anni? Pare di sì, e Crialese non poteva scegliere un luogo più lontano e diverso da New York del piccolo e tranquillo villaggio di pescatori sull’isola di Lampedusa, dove la vita sembra aver perso la dimensione temporale.

 

Il film comincia presentandoci il personaggio e il punto di vista di Pasquale, figlio adolescente di Grazia, capetto di una delle bande dei ragazzini del luogo. Il film infatti si apre con una zuffa tra le bande rivali per il dominio del territorio e continua descrivendo il rapporto che Pasquale ha con la madre, un rapporto intenso e affettuoso ma anche piuttosto conflittuale. E’ lui “l’uomo di casa” quando il padre è fuori a pescare, quindi si sente responsabile, ma è troppo giovane per gestire una donna come Grazia. Nelle sue avventure è spesso accompagnato dal simpaticissimo Filippo, suo fratello minore. La sorella maggiore Marinella, invece, sembra non appartenere alla famiglia. E’ l’unica che desidera andarsene da Lampedusa per costruirsi una vita migliore.

 

Successivamente l’attenzione si sposta su Grazia, la “pecora nera” del paese, una donna fragile ed emotiva, che a causa dei suoi repentini sbalzi d’umore e delle sue azioni imprevedibili, viene considerata “malata” dal resto della comunità. In realtà, Grazia è una donna fortemente moderna, dolce e impulsiva, libera da ogni legame e imposizione, assolutamente diversa dalla gente del luogo, che anzi la considera un pericolo per lo scompiglio che porta nell’altrimenti letargico villaggio. Quando anche il marito Pietro si convince della gravità della situazione, Grazia fugge con la complicità di Pasquale e si nasconde in una grotta.

 

La terza parte è incentrata sulla ricerca di Grazia da parte del marito e del resto degli uomini del villaggio, fino ad arrivare al finale mitologico. E’ un ritorno al personaggio di Pasquale e all’analisi del rimorso e del dolore di Pietro.

 

Trama pressoché inesistente. Quel che conta in questo film è la poesia e la forza visiva delle immagini, straordinarie per un regista e sceneggiatore quasi esordiente, e l’intensa espressività degli attori. Ogni inquadratura è una cartolina, un omaggio alla bellezza rocciosa e arsa dal sole dell’isola e alla purezza cristallina del mare che spesso si confonde con il blu del cielo. Difficile rimanere impassibili di fronte a un paesaggio del genere. La natura è essa stessa parte integrante del racconto e si manifesta nella fisicità con cui vengono raccontati i personaggi, nel loro primitivo e nudo modo di vivere. Il ritmo delle giornate scandito dal lavoro in mare o, sulla terraferma, a pulire il pesce; i ragazzini che passano il tempo ad azzuffarsi per il dominio del territorio o a costruire piramidi sulla spiaggia con le cassette usate del pesce. Un realismo che ci ricorda Verga e anche Visconti, e non solo per lo stretto dialetto siciliano parlato nella maggior parte del film. Però, diversamente da Visconti, l’analisi della realtà non diventa denuncia. Nonostante ci siano alcune scene violente, il tono rimane sempre basso, pacato. L’irrequietezza di Grazia non si trasforma mai in un’aperta ribellione; la macchina da presa osserva volti e luoghi senza giudicare, senza prese di posizione. Il disagio c’è ma viene dissolto nell’acqua del mare, nella scena finale del film che intreccia mitologia e poesia. Vorremmo una risposta, ma il regista preferisce lasciarci nel dubbio.

 

Forse è questa la pecca del film, che molte cose sono accennate, evocate, senza giungere a una spiegazione, a una presa di posizione. E’ un problema di sceneggiatura o abitudine sempre più comune tra i nostri registi italiani? La realtà è talmente desolante che è preferibile fuggire su un’isola paradisiaca e rifugiarsi in finali mitologici?

 

Gli attori: eccezionali. Se si considera che sono quasi tutti attori non professionisti. Innanzitutto Valeria Golino (conosciuta internazionalmente per la sua interpretazione in Rain Man, come la ragazza di Tom Cruise). Nata a Napoli nel 1966, Valeria non frequenta una scuola di recitazione ma presto entra nel mondo cinematografico. Comincia giovanissima la sua carriera in un film di Lina Wertmuller, Scherzo del Destino (1983), e da allora non si è più fermata. Film al suo attivo, tra gli altri: Puerto Escondido, Come due Coccodrilli, Via da Las Vegas e Le Acrobate. Il personaggio di Grazia le calza come un guanto: irriverente, trasgressiva e sexy, ma al tempo stesso dolce e affettuosa, a volte è difficile credere che sia la madre dei tre ragazzi. Francesco Casisa, giovanissimo attore al suo primo film, perfetto nel suo ruolo di Pasquale, mentre Vincenzo Amato è Pietro, innamoratissimo della moglie ma al tempo stesso debole di fronte alle critiche dei parenti. Amato ha già girato Once We were Strangers con Crialese, ed è al suo terzo film.

 

 

Annamaria Farano

 

 

Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti i diritti riservati.

Annamaria@ItaliansOfLondon.com

 

 

 

 

MOSTLY MARTHA
di Sandra Nettelbeck
con Martina Gedeck, Sergio Castellitto, Maxime Foerste
Commedia
(2002, 104’)

 

Mostly Martha è uscito l’anno scorso in Italia con il titolo "Ricette d’Amore", riscuotendo un buon successo di critica e pubblico. Diretto da Sandra Nettelbeck, regista tedesca al suo primo lungometraggio, è la storia di Martha, chef di successo in un raffinato ristorante di Amburgo, che si trova all’improvviso a doversi prendere cura di Lina, 8 anni, figlia della sorella morta in un incidente stradale. Per Martha, single dalla vita tranquilla e abitudinaria, è come un terremoto. Non solo si trova a dover creare un rapporto, inizialmente difficile, con la bambina che è costretta a vivere con lei perché non ha nessun altro, ma si trova anche in conflitto con Mario, il nuovo simpatico cuoco italiano che la manager del ristorante le ha affiancato per darle una mano.
Una volta superato l’impatto con gli ostici sottotitoli (il film è girato interamente in tedesco intercalato da qualche esclamazione italiana di Castellitto), Mostly Martha e’ un film estremamente piacevole che si colloca nel filone di "Il Pranzo di Babette", "Come l’Acqua per il Cioccolato" e "Chocolat", tutti film incentrati sul binomio amore-cibo che fornisce un originale e accattivante spunto a registi e sceneggiatori per analizzare i caratteri dei personaggi ed esplorare odi e passioni. Nel nostro caso, Martha (interpretata dalla brava Martina Gedeck) è un personaggio complesso, una cuoca straordinaria e perfezionista, il cui unico modo di comunicare con il resto del mondo è attraverso il cibo che cucina con trasporto e passione, sentimenti che però le riesce difficile esprimere liberamente nei confronti degli altri esseri umani. Sarà Mario (il nostro Sergio Castellitto) a insegnarle un nuovo modo di essere e comunicare, grazie alla sua sensibilità. Una sensibilità tutta italiana, a dire il vero. Tra tanti personaggi nordici e piuttosto rigidi, Mario si distingue per il suo mediterraneo calore umano, il senso dell’umorismo e la spontaneità. Nonostante gli inevitabili cliché con cui viene presentato l’italiano all’estero, Castellitto, nella sua maestria, riesce a liberarli dalla loro banalità, regalandoci un’interpretazione più naturale e realistica che modifica in meglio la tipica visione dell’italiano “pizza-spaghetti-mandolino”. Mario è un uomo onesto (così come lo è l’altro italiano del film, il padre di Lina) e generoso, che riesce ad affascinare sia Martha che la piccola Lina, e non solo grazie alle sue ottime doti culinarie, ma anche e soprattutto grazie alle sue qualità umane. E’ colui che nel film ristabilisce l’equilibrio perduto tra nutrimento del corpo e quello dello spirito.

 

Non è la prima volta che Castellitto accetta di apparire in un cast straniero, diretto da un regista straniero, dando così prova di essere un attore europeo a tutti gli effetti e di sapersi cimentare in ruoli alquanto diversi tra loro. L’abbiamo visto, infatti, impegnato in vari film francesi, tra cui ricordiamo "Va Savoir" ("Chi lo sa?") presentato al penultimo festival di Cannes. Ma Castellitto nasce come attore italiano.

Nato a Roma nel 1953, di origini molisane, si diploma nel 1978 all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, e comincia la carriera artistica in teatro, interpretando personaggi di Shakespeare, Cechov e Strindberg. Presto debutta sul grande schermo accanto a Marcello Mastroianni nel film "Il Generale dell’Armata Morte", nel 1982. E’ solo l’inizio di una carriera cinematografica che lo porta a lavorare con i principali registi italiani, tra gli altri: Ettore Scola ("La Famiglia"); Mario Monicelli ("Rossini! Rossini!") e Francesca Archibugi ("Il Grande Cocomero"). Anche Giuseppe Tornatore lo dirige ne "L’Uomo delle Stelle" nel 1995, la cui interpretazione gli frutterà il primo Nastro d’Argento come migliore attore protagonista. E’ poi la volta degli sceneggiati televisivi in cui lo ricordiamo per l’intensità delle sue interpretazioni: quella di Fausto Coppi in "Il Grande Fausto"; di Padre Pio e di un’importante personalità giudiziaria ne "Il Cane Sciolto", di Carlo Vanzina, serie riproposta più volte in TV. Ultimamente ha interpretato il ruolo principale nell’ultimo film di Marco Bellocchio, "L’Ora di Religione", per cui ha vinto non solo il secondo Nastro d’Argento ma anche la preziosa statuetta argentata dell’European Film Awards (gli Oscar del Cinema Europeo) in cui ha ricevuto la nomination anche per "Mostly Martha". Recentemente ha scritto e diretto "Non ti muovere".

 

Un altro bel film tedesco quindi, dopo il premiato "Nowhere in Africa", ma co-prodotto anche dall’Italia, ben costruito e straordinariamente interpretato. Il cibo come strumento di seduzione – pur essendo quasi onnipresente sia verbalmente che visivamente – rimane una presenza discreta e strumentale all’evoluzione dei personaggi. Quello che emerge è la difficoltà a comunicare nella vita di tutti i giorni e la straordinaria capacità umana di imparare e rinnovarsi. Un film semplice e pulito che ti fa venire l’acquolina in bocca. Da vedere.

 

 

Annamaria Farano© 2003 Italians of London. Tutti i diritti riservati.

Annamaria@ItaliansOfLondon.com

 


Rassegna di Luchino Visconti

 

Il British Film Institute sta presentando un'importante celebrazione dell'opera di Luchino Visconti. Il lavoro di Mr Visconti ha avuto un impatto ormai universalmente riconosciuto nel cinema mondiale. La sua biografia e il suo modo di lavoro stanno ormai smarginando nella leggenda.
Il conte Luchino Visconti Di Modrone naque il 2 November 1906 a Milano. Ricevette un'educazione privilegiata, conobbe Toscanini, Puccini, Gabriele D'Annunzio (sai le risate...). Assecondando la sua passione per i cavalli, allevo' cavalli da corsa per otto anni. Visse a Parigi, dove fu amico di Coco Chanel.
Visconti e' stato a volte definito "il conte rosso": durante la seconda guerra mondiale permise che il suo palazzo venisse usato come quartier generale segreto per incontri dei membri della Resistenza Comunista, e partecipo' ad azioni armate contro i tedeschi durante l'occupazione dell'Italia. Il film "La terra trema" venne prodotto in seguito a commissioni ricevute dal partito Comunista Italiano.
Alle volte l'associazione tra lo stile di vita opulento di Visconti e il suo professarsi Comunista e' parso controverso. Questo, insieme al suo rigore, l'attenzione ai dettagli, l'enorme lavoro preparatorio prima di ogni scena vengono adesso raccontati come nelle leggende.

 

Una completa retrospettiva dei lavori di Visconti sta prendendo luogo al National Film Theatre (http://www.bfi.org.uk/features/visconti/index.html).

 

Lì ho recentemente assistito al Gattopardo: Un film triste. Un mondo colorato e danzante come un grosso carnevale annega nel cinismo. Non si puo' credere piu' in nulla . L'unica cosa rimasta e' la morte.

 

Non dovrebbe esserci bisogno di dire che in generale e' un film bellissimo, lo hanno detto in mille prima di me. E' tuttavia curioso notare che nonostante il presente comune encomio, Claudia Cardinale, che era presente in sala, ci ha ricordato come Il Gattopardo avesse ricevuto ai suoi tempi un'accoglienza piuttosto fredda negli Stati Uniti.

 

In termini di impatto emozionale, ho amato vedere la Sicilia, a cui sono molto legato. L'immagine della Sicilia che trasuda dalla pellicola puo' comunque affascinare anche chi non vi ci abbia mai posto piede. Questi paesi arroccati, il territorio difficile, bruciato e montuoso, gli ulivi contorti, il mare e i colori violenti. Il caldo e i contrasti, il piu' banale tra cadente miseria e aristocrazia. Forse tutto questo cinismo che mi e' parso di intravvedere ovunque e' un tipico manufatto siculo, l'atteggiamento di chi ha visto troppo per poter ancora credere a qualcosa.

 

Il caso ha voluto che avessi riletto il libro giusto un paio di mesi prima e mi e' parso naturale di tanto in tanto paragonare i due. In generale, il film mi e' parso un poco piu' "condensato", sintetizzato. Di primo acchito puo' parere strano, visto che il Gattopardo e' un libro relativamente breve, ma un film notoriamente lungo. Forse dipende anche dal fatto che il periodo coperto dal libro e' decisamente piu' lungo che nel film, estendendosi fin oltre la morte del principe e di Tancredi stesso, e fino alla patetica vecchiaia delle figlie e di Angelica.

 

Il film e' anche piu' esplicito del libro: tante cose pensate nel libro sono dette nel film: sarebbe un mondo migliore - "se ci fossero meno gesuiti" - viene pensato nel libro, detto direttamente al povero padre Pirrone nel film. Ci sono tanti altri esempi, tutti contribuiscono a fare si' che l'atmosfera del libro sia tendenzialmente piu' implicita e interiorizzata. C'e' un'eccezzione: un capitolo un po' "strano", e piu' esplicito, sulla villeggiatura di Padre Pirrone, una parte di cui - il dialogo tra il prete e alcuni amici e parenti, in cui si cerca di dare una spece di definizione della "classe" dell'aristocrazia - viene peraltro riportata nel film in un diverso contesto: un simile dialogo tra padre Pirrone e svariati popolani prende luogo durante il pernottamento precedente l'arrivo a Donnafugata. Questo dialogo "esplicito" e' parso ad alcuni peculiare nel libro, in cui questi argomenti vengono trattati altrove in modo meno diretto, ma probabilmente si fonde bene nel film, L'atmosfera del film e' ovunque piu' esplicita, teatrale, conflittuale.

 

L'attenzione ai dettagli nel ricrearne le scene, come osservato tante volte e condito con aneddoti, e' francamente notevole, comunque sempre sorprendente: Un esempio classico e' il quadro del vecchio morente nello studio di don Diego, nel palazzo del ballo: ma forse in questo caso era necessaria una replica fedele, perche' quel quadro e' un particolae integrale alla narrazione, e funzionale a indirizzare il libro/film alla conclusione. Altri esempi sono piu' sottili: una riproduzione della cupola di San Pietro in avorio o marmo (non ricordo) sulla scrivania del principe a donnafugata. I quadri dei feudi di famiglia, fedeli alle descrizioni del libro, ma "trasferiti" allo studio di Donnafugata, nel film, dal palazzo nei pressi di Palermo, nel libro.

 

Per quanto riguarda il messaggio finale: anzitutto la "rivoluzione tradita". Tutti sappiamo che il primo messaggio di libro e film e' l'autoescludersi del principe dalle vicende che seguono l'unificazione dell'Italia. Qualunque cosa accada, lui non vuole essere complice della nuova situazione. Non c'e' molto spazio per gli equivoci in questo caso. In alcuni casi la condanna e' esplicita (Ciccio Tumeo e la vicenda del suo voto al plebiscito). In altri casi e' espressa in termini di commedia: la lettura dei risultati del plebiscito in un atmosfera degna del miglior Toto'. In generale, la nuova Italia sembra emergere da una pozza di corruzione, mancanza di scrupoli, compromessi di basso livello, al meglio di ridicolaggine.

 

Dunque le premesse del nuovo ordine sociale sono da brivido. Per quanto riguarda il vecchio ordine sociale: l'aristocrazia tradizionale viene dipinta in tutto il suo fulgore nel lungo ballo finale. Un immagine che da' una chiave di lettura al ballo e' quella della serie di contadini sudati che zappano abbarbicati alle chine di un monte riarso, forse metafora di una vita consumata su un terreno avido sotto un sole crudele. Questa immagine compare secondi prima di essere proiettati nel palazzo del ballo. Le due scene sono legate dalle note del valzer che si diffonde prematuramente sui contadini zappanti, in modo da creare l'immagine grottesca che questa povera gente stia zappando a suon di musica. Da quel momento in poi non ci si potra' mai dimenticare che mentre mazurke e buffet prendono luogo nel palazzo dalle pareti d'oro, il mondo reale sta consumando la propria vita zappando sotto il sole.

Da li' in poi, tutti questi nobiluomini riuniti fanno di tutto per rafforzare l'opinione suggerita dal flash dagli zappatori: una folla di persone inutili, vacue, fastidiose. Durante i 45 minuti trascorsi in questo ambiente, l'idea che questa classe stia scomparendo contribuisce a dare un po' di sollievo al sentimento di disprezzo che si finisce col covare nei loro confronti.
E' il coronamento, l'esplicitazione di una visione suggerita alre volte: il cognato del principe, Malvica, e' un "codardo", l'arrivo della famiglia del principe a Donnafugata sembra un po' un carnevale, una mascherata: l'ingresso in chiesa e' accompagnato dall'organo suonato da Ciccio Tumeo, e la musica mi e' parsa quella della Traviata, "amami Alfredo", il che ha contribuito a rendere il tutto leggermente grottesco.
L'idea di potersi identificare con il vecchio ordine sociale e' forse ancora piu' repulsiva della partecipazione a quello nascente.

 

Per condire il tutto, il ballo e' infestato da ufficiali dell'esercito italiano, giusto di ritorno dalla battaglia in cui Garibaldi viene ferito, e in cui ogni ideale evapora. Mentre Tancredi e' di ritorno dal ballo, in carrozza con Calogero Sedara e Angelica, si sentono le fucilate con cui vengono uccisi i ragazzi che avevano tentato di lasciare l'esercito italiano per riunirsi a Garibaldi. Tancredi stesso e' ormai il simulacro di se stesso, come se l'unione con Angelica lo abbia alla fine "contaminato", reso in qualche maniera simile al suocero.

 

Alla fine sia la nobilta' in declino, sia quella riformata (Tancredi), sia la nuova classe dirigente (ufficiali e Don Calogero Sedara) trovano inaspettatamente un punto comune: la complicita' riguardo alle vergognose nefandezze che vengono e verranno compiute per mettere freno a ogni ulteriore sovvertimento sociale.

 

Bene: tutto e' fallito, incluse le speranze riposte in Tancredi. La morte, a questo punto, e' piu' che un presagio: e' l'unica cosa degna di essere desiderata.

 

Antonello Russo © 2003 Italians of London. Tutti i diritti riservati.

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